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Non siamo più esploratori ma voyeur ansiosi

11 Agosto 2017

Lo psichiatra: attacchi di panico in aumento.

La tecnologia offre una protezione che rassicura ma che può anche imprigionare.
Ne è convinto Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano, al
quale abbiamo chiesto di definire l’agorafobia, termine che proviene dal greco e significa paura degli spazi aperti. Il nome
può essere però fuorviante.
«È un disturbo d’ansia che cresce quando la persona si trova in luoghi o in situazioni da cui è difficile o imbarazzante allontanarsi o dove non c’è la possibilità di ricevere aiuto.
Quindi, essere in casa da soli o fuori casa da soli, nella folla, in coda, nei mezzi pubblici, può diventare insostenibile. Tante situazioni diverse, tra cui gli spostamenti, vengono evitate, precludendo molte esperienze».
Un disturbo complesso e plurisintomatico.
È molto diffuso? «A soffrire di disturbi di panico è il 2% della popolazione: di questi, un terzo è agorafobico. La malattia può comparire anche a un anno di distanza dal primo attacco di panico. Il picco si ha in tarda adolescenza e poi intorno ai 35/40 anni, fasi della vita in cui la paura che immobilizza può avere delle conseguenze gravi per il futuro».
La tecnologia consente di fare esperienze «protette», come viaggiare nel mondo da casa.
«L’assenza di spazio e di tempo tipica di questo “nuovo mondo” sta modificando il nostro cervello.
Si è perso il “noi”, siamo diventati “io” e il rischio è che da un lato nasconda disturbi per ora ancora non evidenti – si pensi alle conseguenze della mancanza di sonno -, dall’altro consenta di fare qualcosa come un viaggio da fermi che, attenzione, non è quel che sembra. Si tratta di curiosità, non c’è il cambiamento che si associa al viaggio. Siamo diventati voyeur, non esploratori: non incontriamo nessuno di persona e annulliamo ogni stimolo sensoriale diverso dalla vista».
Viviamo in città molto popolose, viaggiamo in mezzi pubblici affollati.
Le angosce urbane moderne hanno però qualcosa di arcaico.
«L’aumento di disturbi agorafobici è un fatto. Sono tanti i fattori biologici che li determinano.
Non dimentichiamo che la vicinanza eccessiva fra esseri umani causa un fisiologico aumento dello stato di allerta dell’organismo con l’attivazione di aree cerebrali specifiche, tra cui l’amigdala, che se sollecitata in modo cronico può rispondere in modo anomalo con la comparsa di disturbi acuti».

 

Da La Stampa

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