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«Jumper come antichi esploratori Forzano i limiti dell’essere umano»

18 Agosto 2016

Per lo psichiatra Claudio Mencacci chi pratica questo sport estremo vuole sperimentare una nuova visione del mondo, con il supporto della tecnologia. Ma il rischio è altissimo.

Uli Emanuele è morto schiantandosi contro una roccia durante un salto a Lauterbrunnen, in Svizzera. Aveva 30 anni ed era un famoso base jumper. Quali motivazioni, quali desideri possono spingere un giovane a praticare uno sport così pericoloso? Il base jumping non è regolamentato né riconosciuto da alcuna legislazione (esiste solo un codice di autoregolamentazione che si sono dati gli stessi atleti) e consiste nel lanciarsi nel vuoto con una tuta alare da rilievi naturali, edifici o ponti, e atterrare lentamente grazie a un paracadute (ma senza paracadute di riserva). Il rischio, come è evidente, è altissimo e i base jumper consigliano di avere una buona esperienza di paracadutismo sportivo (almeno 250-300 lanci) prima di provare. Secondo il sito Blincmagazine.com, i morti dal 1981 a oggi sono stati circa trecento, 27 nel 2016. «Questo sport è per persone che hanno testa sulle spalle, solo così diminuisce il rischio. Non è uno sport per pazzerelli» diceva Uli Emanuele. È davvero così?

Forzare i limiti umani

Per Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze – Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano e presidente della Società Italiana di Psichiatria, i base jumper sono una versione moderna degli antichi esploratori. «Persone che sperimentano nuovi spazi e nuove realtà, tentando di forzare la gravità e renderla meno pesante. Hanno tratti comportamentali peculiari che li portano a vivere sensazioni molto forti. Cercano dei modi per mettersi alla prova e forzare i limiti umani. Questa spinta ad andare oltre la viviamo tutti durante l’adolescenza, per una particolare conformazione del cervello che riduce la consapevolezza del pericolo, mentre in questi sportivi estremi – che sono una parte piccolissima dell’umanità – questa capacità rimane intatta e viene anzi amplificata».

L’aiuto della tecnologia

Il sogno di volare è senza tempo e accompagna da sempre l’umanità. «I base jumper sperimentano la caduta, vogliono controllarla – prosegue Mencacci -. E facendo ciò possono osservare il mondo da una posizione totalmente nuova. È un sogno e come tutti i sogni a volte si infrange contro la realtà: di certo chi pratica questo sport è molto esposto al rischio». In alcuni lanci si raggiungono i 200 chilometri orari. Follia o rischio calcolato? «Sono persone che ottengono molta gratificazione da quello che fanno perché usano solo le proprie doti fisiche e così sperimentano e superano i limiti, con l’aiuto della tecnologia. Tra l’altro l’aspetto dell’innovazione è importante, perché attraverso questi tentativi e purtroppo anche fallimenti, miglioreranno sempre più gli strumenti a disposizione di questi moderni “esploratori”, che vogliono aprire nuove strade, percorrendole per primi in modo che altri possano poi batterle. Si spera con maggiore sicurezza».

 

 

Da Corriere.it

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