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I terroristi non sono malati mentali

31 agosto 2017

Da oltre un anno l’intelligence e le forze dell’ordine concentrano gli sforzi su una specifica categoria: i fondamentalisti che hanno mostrato squilibri nel comportamento.

Ma i veri malati di mente sono scarsamente attrattivi in termini di reclutamento.

Due degli attentatori di Barcellona (Epa)

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati in tutta Europa gli attacchi con auto lanciate sulla folla, coltelli, machete, asce, in particolare contro soldati o agenti, ma non solo. In alcuni casi è stata confermata l’azione terroristica jihadista, in altri si è parlato del «gesto di uno squilibrato». In Francia qualche ministro ha evocato la mobilitazione degli psichiatri per svolgere un’azione preventiva: esisterebbe quindi un’interpretazione esclusivamente centrata sul paradigma patologizzante del terrorismo che si va facendo strada sui media in generale e negli interventi degli analisti, sollecitati a vario titolo ad approfondire la decodificazione di comportamenti tanto drammatici quanto complessi. Sui media, attenti interpreti del senso di fragilità e insicurezza che si sta diffondendo, è in aumento la tendenza ad attribuire alla malattia mentale l’essenza della soggettività degli attentatori solitari, con l’insidioso affiorare di una nuova figura di “offender” le cui qualità sono incarnate dalla patologia psichiatrica e il ricorrere di un copione di un modus operandi stragista.

Squilibri nel comportamento

Nello specifico viene associata agli stragisti jihadisti organizzati un livello di minaccia «scontato e a volte prevedibile»; ovvero sono identificabili alcuni obiettivi come strade, locali affollati, areoporti. Ben diverso il discorso per i terroristi islamici solitari o quasi: in questo caso il rischio è imprevedibile perché si va consolidando un copione, sempre lo stesso, che si articola secondo un preciso schematismo: ad agire sono una o due persone considerate sempre più spesso perno o stereotipo del disturbo della personalità, eccitati o caricati dal web prima, armati di coltelli o automezzi da lanciare sulla folla inerme, dopo. Da oltre un anno l’intelligence e le forze dell’ordine del nostro e di altri Paesi starebbero concentrando gli sforzi su una specifica categoria di soggetti a rischio: tutti quei fondamentalisti che hanno mostrato squilibri nel comportamento, ritenuti pericolosi per la sicurezza, con peculiare riferimento alle loro qualità soggettive, perché hanno manifestato psicopatologie, intese come perfetto terreno di coltura per l’attecchimento di qualunque forma di suggestione con conseguente reclutamento finale di queste persone (dunque malati psichici a vario titolo), nel ruolo di soldati da sacrificare alla causa dell’Isis.

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Terrorismo e malattia mentale

Vorrei esprimere una posizione di perplessità nei confronti di una lettura, tutt’altro che nuova o originale, che associa erroneamente terrorismo e malattia mentale, analogamente all’associazione falsa tra crimine e follia che apparentemente tutto risolve, specie quando i fenomeni sono complessi da decifrare come l’ennesimo tentativo di qualificare ogni comportamento umano, specie se espressione di una delle tante declinazioni del male, con lo stigma tranquillizzante della follia. Oggi, in tempi di insicurezza e di paura, in una liquidità sociale che sembra inglobare anche alcuni aspetti dei più recenti episodi di terrorismo (dopo gli episodi di Barcellona, Nizza, Rouen, Monaco , Londra, Bruxelles) è iniziato l’utilizzo di termini per inquadrare il fenomeno come individualizzazione o polverizzazione delle azioni terroristiche o di terrorismo liquido. Crescono le perplessità e l’allarme che proviamo per la scivolosa categorizzazione del fenomeno “lupi solitari” nell’ambito prevalente dei disturbi mentali. Apprendere che i controlli preventivi per scongiurare attentati di matrice terroristica si sostanziano in «verifiche su persone con malattie psichiche eccitate via web ad entrare in azione» è una distorta e limitata modalità esplicativa del fenomeno.

«Non può che essere un folle gesto»

Distorta e limitata perché ripropone delle sbrigative generalizzazioni di un fenomeno, inequivocabile, qual è l’incremento della violenza nella popolazione generale cui si è assistito negli ultimi tempi (dai fatti nelle discoteche, ai cartelli razziali e contro i portatori di disabilità). Ed è per questo che ritengo l’emergente, nuovo binomio “malattia mentale – violenza terroristica”, una riproposizione stereotipata e falsa del vecchio, rassicurante adagio «non può che essere un folle gesto» condito di imprevedibilità e, soprattutto, incomprensibilità. Il fenomeno violenza, quella terroristica, non può far eccezione, ritengo debba essere analizzato, anche in contesti divulgativi, con grande attenzione, nella descrizione, a non facilitare fattori emulativi. Al pari delle condotte criminali anche quelle terroristiche sono da attribuirsi a persone che mentalmente conservano un funzionamento libero da condizionamenti patologici veri e propri. Questo per ribadire, come oramai da anni facciamo, che visioni sbrigative e semplificate nell’attribuire alla malattia mentale qualunque espressione della violenza, è fonte di stigmatizzazione, esclusione, emarginazione, con conseguente ridotta adesione alle cure dei veri malati e minori possibilità di inclusione sociale.

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Il crogiolo dei senza nome

Sono tutti terroristi, organizzati o falsamente solitari, non sono malati mentali. Si tratta di giovani, giovani adulti, di seconda-terza generazione di immigrazione, già dediti alla microcriminalità e a spaccio di stupefacenti, aggressivi e violenti, antisociali, incolti e prepotenti che con un’ ideologia della vendetta e del riscatto tentano di creare la maggiore paura – terrore, godendone il momento esaltante, eroico, mediatico, di immolazione a una causa, indipendentemente dall’appartenenza religiosa o malavitosa. Sono dentro il crogiolo dei senza nome, identità e futuro che con l’ abbracciare una fede del passato, fantasticano le grandezze che furono (una vera miseria e nobiltà). È bene sottolineare un concetto già noto, ovvero che i veri malati di mente sono scarsamente attrattivi in termini di reclutamento nelle organizzazioni criminali organiche (quelle terroristiche non fanno eccezione), in quanto ritenuti non idonei per la loro fragilità, labilità, instabilità. Ben altre caratteristiche soggettive sono privilegiate in questo peculiare processo di reclutamento. In conclusione, qualunque generalizzazione interpretativa della violenza terroristica, con riferimento all’insistente ricorso al nuovo binomio “malattia mentale – terrorismo jihadista”, deve essere considerata errata, ingiusta e fuorviante, a prescindere dalle lenti che inforchiamo nel tentativo di interpretare questo fenomeno allarmante.

Da Corriere.it

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